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Bernini e la violenza. Non è normale che sia normale, ma a Roma nel Seicento lo era

Bernini e la violenza. Non è normale che sia normale, ma a Roma nel Seicento lo era
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Felice Ficherelli, Tarquinio e Lucrezia, Accademia di San Luca, Roma

Spesso oggi abbiamo la percezione che la società contemporanea stia diventando sempre più violenta e priva di freni inibitori.
È una percezione errata, distorta da un lato dalla nostra scarsa conoscenza della storia, dall’altro dai mass media e dai politici che danno più o meno amplificazione al singolo episodio di cronaca nera a seconda dell’interesse da loro attribuito a clienti ed elettori di riferimento rispetto a un certo tema.

In realtà, come storici e criminologi ben sanno, in Europa la società moderna (XV – XIII secolo) era molto più violenta di quella contemporanea, così come la società medievale era ancora più violenta di quella moderna.
Non soltanto perché la distinzione fra violenza in tempo di guerra e violenza in tempo di pace era evanescente (si pensi a quanto spesso fossero gli eserciti “amici” a devastare territori e massacrare le popolazioni civili), ma anche perché il c.d. monopolio della violenza è una conquista relativamente tarda che gli Stati moderni si sono lentamente attribuiti attorno al XVII secolo, assieme ad altre funzioni strategiche come la sottrazione ai privati della riscossione dei tributi e dell’amministrazione della giustizia.
Lentamente, dicevo, e con enorme fatica, dovendo spesso fronteggiare rivolte di popolo e di altre classi sociali (si pensi alla Fronda francese) e attendere che le mentalità collettive si adeguassero alle novità legislative.

La Roma del XVII secolo, in termini di violenza, era infinitamente più pericolosa della Roma di oggi, potendo semmai paragonarsi alle metropoli del sud-est asiatico o alle favelas del sud America.
Circolare a piedi di notte per le sue strade buie e non pattugliate era un grosso rischio. Gli stupri su donne e minori erano all’ordine del giorno, spesso non denunciati per vergogna; la pedofilia una pratica diffusa e ampiamente tollerata, purché praticata senza clamore e senza dare pubblico scandalo. Per i maschi, dall’adolescenza in poi, era normale circolare in gruppo  e armati: di coltello, rasoio, spada, bastone, a seconda del ceto sociale e della dignità dell’individuo.

Ogni anno, per Carnevale o in svariate altre occasioni, bande armate appartenenti a rioni rivali, a clan criminali, ad ambasciate straniere in guerra fra loro (francesi, spagnoli, austriaci, etc.) si aggredivano lasciando morti e feriti sulle strade. 
Altrettanto normale era la risoluzione privata per mezzo della violenza di liti intrafamiliari o di vicinato; con ciò intendo anche che, nella Roma di Caravaggio e Bernini così come nel resto d’Europa, picchiare donne e bambini, sia come metodo pedagogico sia come mezzo di sopraffazione, era una pratica assolutamente usuale, normale e non perseguita dalla legge.

Benché, quindi, da vari indizi documentali abbiamo testimonianza di comportamenti autoritari, prepotenti e arroganti da parte di Gian Lorenzo Bernini verso collaboratori, rivali artistici, committenti etc., sarebbe antistorico e arbitrario attribuire allo scultore particolari psicopatologie sulla base di tre precisi eventi verificatisi (non abbiamo al momento date precise) fra la primavera e l’estate del 1638.

Al contrario: appare alta la probabilità che i comportamenti violenti di Bernini verso Costanza Piccolomini e verso il fratello minore, Luigi Bernini, motivati dalla gelosia, fossero quelli usualmente messi in atto da un tipico maschio e capofamiglia adulto in quel preciso contesto storico e sociale per riscattare le ferite all’onore.

Ai nostri occhi può apparire particolarmente odioso lo sfregio sul volto, per interposta persona che la Piccolomini, amante ventiquattrenne dell’artista, sposata con uno scultore alle dipendenze dello stesso Bernini, subì da parte di un sicario; per la precisione, di un servitore dello stesso Bernini, che fu punito con l’esilio per il suo crimine. 
Odioso soprattutto per le conseguenze fisiche e sociali sulla vittima, che come ammesso dallo stesso Domenico Bernini nella biografia del padre, furono gravi non solo per il danno fisico ma anche e soprattutto perché attirarono sulla donna l’attenzione di vicini e autorità, portando a un suo internamento in una casa per peccatrici. 
Odioso, però, anche in quanto testimonianza dell’astuzia e conoscenza del diritto da parte di Bernini, che dimostrò di sapere come leggi e consuetudini perseguissero di preferenza il sicario e non il mandante (a riprova di ciò, Bernini fu colpito solo da una lieve multa, che poi gli fu addirittura condonata).

Colpisce come, al contrario, Bernini abbia agito senza intermediari, almeno in prima battuta, quando – con tutta la premeditazione consentitagli dall’anonima delazione sulla liaison fra i due fedifraghi – si appostò all’alba fuori della casa della Piccolomini e aggredì il fratello Luigi appena uscito, frantumandogli due costole con una sbarra di ferro. 
Tuttavia, e anche questa era prassi normale, specialmente fra bande rivali, quando si vide sfuggire la vittima, non esitò a organizzare una spedizione punitiva armata (composta, presumiamo, di uomini a lui legati da vincoli professionali) con la quale, quello stesso giorno o il seguente, cercò invano Luigi nella casa di famiglia di fronte alla basilica di Santa Maria Maggiore e poi dentro la basilica stessa. 
Per la cronaca, Luigi non si fece trovare; probabilmente aiutato dalla preoccupatissima madre (sappiamo i dettagli della storia proprio da una lettera di lei al cardinal nipote Francesco Barberini), fuggì dalla città eterna e rimase lontano per qualche anno.

Per tutti questi reati – o forse soltanto per lo sfregio a Costanza Piccolomini – papa Urbano VIII inflisse al suo protetto Gian Lorenzo Bernini una multa di 3mila scudi, cifra risibile rispetto ai suoi guadagni degli anni Trenta, che poi gli fu addirittura condonata.
Preoccupato per la sua salute fisica e mentale (dopo questi episodi Bernini ebbe un tracollo), il pontefice a quel punto gli consigliò, o più precisamente lo costrinse, a prendere moglie,supponendo che il matrimonio e i figli lo avrebbero distratto e infine guarito da quell’ossessione violenta. 

Nel 1639 il quarantunenne Bernini sposò la diciottenne Caterina Tezio, che gli diede undici figli. 
Papa Barberini aveva ragione: non ci furono più comportamenti pubblici violenti e scandalosi da parte di Bernini. Se poi si comportasse ancora in modo violento in privato dopo il 1638, i documenti non lo dicono.

Le vittime, Costanza Piccolomini e Luigi Bernini, in ultima analisi non ottennero alcuna tutela o giustizia, ma è improbabile che anche solo uno dei due, dati i loro legami e la loro soggezione economica verso l’autore dei reati, abbia sporto denuncia verso Gian Lorenzo.

Per di più Costanza espiò le sue colpe di adultera subendo, dopo lo sfregio, anche la reclusione in un ospizio per donne “malmaritate”, la Domus Pia de l’Urbe, annessa al monastero di Santa Chiara nei pressi del Pantheon, in cui dovette soggiornare per un numero imprecisato di mesi fra il 1638 e il 1639. 
Se riuscì a tornare in libertà prima dei due anni che, per prassi, simili condanne comportavano, fu solo grazie alla sua determinazione e forse alla sua capacità di leggere e scrivere, non scontata allora per una donna del popolo.
Una sua supplica al Governatore di Roma, in cui lamentava l’ingiustizia della sua condizione e assicurava che il marito non aveva chiesto il suo internamento, fu accolta nell’aprile del 1639, consentendole di tornare nella casa di vicolo Scanderberg dove abitava da quando si era sposata con Matteo Bonucelli. Dovette però per il resto della sua vita subire controlli periodici da parte del monastero, che per legge ebbe diritto anche a un terzo del suo patrimonio come previsto per tutte le donne che fossero incorse in un analogo percorso criminale. 

Quanto a Luigi, come dicevamo sopra, prese molto sul serio le minacce alla sua vita; scappò a Bologna, città abbastanza lontana da dargli sicurezza ma nel contempo parte dello Stato pontificio, e vi rimase fino all’autunno del 1641 quando la Congregazione della Fabbrica di San Pietro, di cui Bernini era architetto fin dal 1629, gli ebbe spedito ampie rassicurazioni scritte circa il perdono del fratello. 
Come mai? Gian Lorenzo aveva archiviato il fattaccio e, d’altro lato, aveva più che mai bisogno di Luigi. A quanto pare, Luigi era più portato di lui per i calcoli matematici di precisione, la statica, tutte doti utilissime per fronteggiare i problemi strutturali che San Pietro, in particolare i campanili, stava creando all’artista.

Luigi Bernini tornò, fece buon viso a cattivo gioco, e da allora in poi i due tornarono a collaborare fino alla morte. 
Non si sposò mai.
Della sua vita privata non sappiamo molto altro, se non che nel 1670 fu protagonista di un secondo scandalo, molto più grave del precedente, venendo accusato da un minore di averlo stuprato e percosso. Per difendere il fratello, l’ormai anziano Gian Lorenzo Bernini supplicò invano il pontefice Clemente X: Luigi fu esiliato, i suoi beni confiscati, le cariche revocate, la multa inflittagli molto più onerosa di quella a Gian Lorenzo del 1638.
Nel 1675, grazie all’amnistia legata al Giubileo, lo stupratore poté tornare a Roma da uomo libero.

Non è normale che cose del genere siano normali, oggi. Di certo, nel 1638 e nel 1670, lo erano.

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Pubblicato da su 10 dicembre 2018 in Momenti di felicità su carta

 

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E cartaceo fu

Costanza Piccolomini e Gian Lorenzo Bernini, amore e tradimenti nella Roma barocca

Lo so, lo so che preferite la carta frusciante all’asettico schermino dell’e-reader. Vi capisco. Sono come voi.

In tutta la vita di e-book ne avrò letti quattro: tutti in fretta, malvolentieri, con quel sottofondo di irritazione.
Lo dico chiaramente: per me leggere su uno schermo elettronico è come mangiare in piedi.

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Pubblicato da su 23 novembre 2018 in Momenti di felicità su carta

 

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La donna del maestro

Vi piace il titolo?
Spero di sì.
Ma l’importante è che sia disponibile, finalmente. Per ora soltanto come Ebook, ma nelle prossime settimane ci sarà anche il cartaceo.

Su Libromania a 2,99 euro.

Costanza Piccolomini e Gian Lorenzo Bernini, amore e tradimenti nella Roma barocca

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Pubblicato da su 16 ottobre 2018 in Momenti di felicità su carta

 

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La morte social (e) spiegata in 10 agili punti

(ovvero: cronaca di quattro settimane senza smartphone nell’anno 2017 dopo Cristo)

Affretto le conclusioni: se non avete mai avuto uno smartphone e  perdete il cellulare, potete anche riutilizzare il cellulare vecchio senza soffrire.
Ma se perdete lo smartphone e vi sforzate di riadattarvi al cellulare, siete destinati a soffrire molto. Perché? Lo spiegone nei seguenti punti.

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Pubblicato da su 14 novembre 2017 in Diario

 

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Fortunata, o L’urlo di Torpignattara

http://www.badtaste.it/2017/05/13/fortunata-primi-character-poster-sergio-castellitto/243036/ Quest’inverno non avevo voluto andarci. Primo, perché sono così presa dalla bellezza delle serie tv americane da non avere più voglia di andare al cinema.
Secondo, perché la regia di Castellitto non mi convince più di tanto. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 17 agosto 2017 in Salva & riguarda

 

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