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Cronache dell’Alto Mantovano

14 Apr

Il P. aveva iniziato le telefonate di rito sabato dopo pranzo, sia perché la mattina lavorava, sia anche per concedere ai soliti ritardatari il lusso di valutare l’offerta e rispondere.
La proposta, lanciata alla compagnia già dal mercoledì precedente, era semplicemente di fare ape (l’aperitivo, in gergo pseudogiovanilistico) e cena non nel solito centro città, bensì in qualche ameno angolo delle colline moreniche.
Già 6 o 7 avevano aderito, sul luogo dove cenare erano usciti i nomi di due o tre agriturismi rinomati.
Purtroppo il destino aveva deciso altrimenti, e quella sarebbe stata ricordata come una delle peggiori cene del gruppo a memoria d’uomo.

Intanto, il P. fu sorpreso dalla scoperta che, mentre i posti dove prenotavano di solito (in città ma anche in altre zone della provincia), se chiamavi il sabato a mezzogiorno avevano sempre posto, i famosi Agriturismi Rinomati erano già al completo.
Preso dall’ansia, chiamò altri due posti noti, collezionando altri due rifiuti. Alla fine, il disgraziato fu costretto a ripiegare su un locale dall’ampia capienza, tra Volta Mantovana e Monzambano, la cui cucina non era particolarmente famosa, ma che di sicuro aveva abbastanza coperti per la dozzina di persone che alla fine era riuscito a mettere insieme.
Be’: perfino loro gli dissero che prima delle 21.30 avevano tutto pieno, ma visto che i nostri eroi venivano dalla città e volevano avere il tempo di un aperitivo altrove, la proposta fu prontamente accettata.

In realtà il tavolo non fu pronto prima delle dieci.
I tapini attesero per oltre mezzora nel calore infernale diffuso per tutta la hall dal forno a legna per la pizza, che lavorava a tutto spiano. Accanto a loro, due o tre anziani affranti sedevano su divanetti, anche loro in attesa che si liberasse un tavolo.
Una decina di camerieri passava e ripassava. “Permesso”. “Scusate”. “Scusate ancora”. Nella compagnia c’era anche una ragazza al settimo mese. Un divanetto era libero, ma sentiva meno mal di schiena in piedi. Le chiacchiere erano sempre più vacue, la fame sempre più da Biafra.

Il locale era bello, arredato a colori vivaci e con qualche credenza antica qua e là. Peccato per i televisori accesi ovunque, a programmi alternati a due a due: uno su un orrendo programma Rai, l’altro su un orrendo programma Mediaset. Tronisti e vip da un lato, bambini canterini e presentatrici vestite come cioccolatini dall’altro, il tutto a pieno volume.

Anche la sala da pranzo era torrida, oltre che piena all’inverosimile. L’acustica era pessima, e quando i commensali si misero finalmente a tavola, dovevano urlare per sentirsi. I camerieri, gentilissimi dall’inizio alla fine, presero le ordinazioni.
Il vino della casa (un Merlot, scelto in virtù della zona vitivinicola che non doveva riservare sorprese) si rivelò invece un pessimo miscuglio di acqua frizzante e polverine colorate dal sapore che mirava probabilmente a convertire i bevitori in astemi.
Gli spaghetti allo scoglio erano tutto scoglio e pochi o niente spaghetti. Le tagliatelle coi funghi erano cotte al punto giusto. Per un tedesco, però, non per un italiano.
La tagliata di carne era, chissà perché, ricoperta di una strana glassa e da una decorativa placca di grana, al punto che, da lontano, sembrava non un piatto di carne ma un risotto disposto a cupola.
Chi prese il fritto misto, affermò che era buono.

Quando fu il momento di ordinare il dolce, solo i più temerari si arrischiarono a ordinare un vero dessert. Gli altri andarono direttamente al caffè o al sorbetto.
Il conto fu onesto, 16,20 euro a cranio. Onesto se a un cliente interessava soltanto spendere il minimo sindacale. Disonesto se, viceversa, gli importava mangiare qualcosa di decente.

Morale della favola:
1) l’esperienza ristorativa conferma le statistiche della ricettività alberghiera, che è di piena occupazione delle camere per larga parte dell’anno solare, già da parecchi anni, per la zona del territorio mantovano nota come Alto Mantovano o Colline Moreniche;
2) se volete andare a mangiare nell’Alto Mantovano, prenotate con largo anticipo;
3) il vino della casa talvolta è bevibile, ma spesso fa schifo;
4) è inspiegabile, e forse un giorno ce lo spiegherà Kazzenger, come possano locali dalla pessima cucina non soltanto essere pieni di sabato sera, ma fare addirittura i doppi turni.

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Pubblicato da su 14 aprile 2014 in Diario, Mantova

 

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