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Severgnini e i panni sporchi del turismo

19 Apr

Una delle frasi più irritanti del lessico nazionale è “non diciamolo, per carità di patria”. Quale carità? Quale amore? Se ami qualcuno vuoi che si riprenda; non ti giri dall’altra parte facendo finta di niente. Quasi peggio è l’espressione “i panni sporchi si lavano in famiglia!”. Che ipocrisia. Chi sostiene questo i panni sporchi non li lava proprio, e gira con gli indumenti che mandano cattivo odore. Ogni tanto il bucato serve, e il bucato ha bisogno della luce del sole.


(il resto dell’articolo sul Corrierone è qui)

Credevo che nel tanto vituperato articolo di Beppe Severgnini per il New York Times dell’11 aprile avrei trovato molto da ridire: in fondo Severgnini è sì giornlista e viaggiatore, ma non un giornalista specializzato in turismo, per cui immaginavo avrebbe citato numeri a caso, statistiche di comodo, magari con qualche lagna sul povero sud trascurato dalla politica filonordista.
Invece, dopo averlo letto, concordo su tutta la linea.

Con la consueta precisione e attinenza ai fatti, Severgnigni mette il dito in tutte le piaghe della questione turistico-meridionale, dalle infrastrutture assolutamente insufficienti, alle rivalità interregionali, alla mancanza di coordinamento turistico a livello nazionale e quindi ministeriale, al carrozzone ENIT, etc.

La perdita di turisti del sud è la pietra specifica di questo scandalo, ma i tasti dolenti sono validi anche per il nord, il centro e, in definitiva, per tutto il sistema turistico Italia.
Come non mi stanco di ripetere in ogni dove, ogni anno perdiamo turisti a favore della Spagna, della Francia, della Grecia, della Croazia etc.

Non posso quindi sottoscrivere la posizione dell’archeologo e opinionista dell’Huff Post Michele Stefanile che, in risposta a Severgnini appunto, si esprime a favore di un turismo d’élite (per esempio quello di cui ci acconteniamo noi a Mantova) e contro l’insostenibilità del turismo di massa low cost.
Certo che non tutti i paesini e le città italiane sono attrezzati per il turismo di massa. Certo che il caso spagnolo va studiato. Le dico di più, Stefanile (magari lo sa già): il turismo inquina.
Già: i turisti sporcano, producono rifiuti, pesano sul territorio, sull’ecosistema dei luoghi che visitano. E allora che si fa? Gli si impedisce l’accesso a un luogo?

No. Si regolamenta l’accesso e si programmano gli accessi (a una spiaggia, a un sito archeologico, a una città d’arte etc.), con politiche di prezzo sensate, frutto di studi seri e di discussioni più possiible pubbliche e condivise con gli operatori pubblici e privati della filiera turistica: musei, enti, ristorazione, ricettività, fornitori di altri servizi, tutti insomma, declinando queste politiche con tariffe eque, trasparenti e non proibitive, sia in termini di eventuale tassa di soggiorno (cui, sia ben chiaro, sono favorevolissima per le città d’arte e non solo), sia di ticket per i pullmann turistici e gli ingressi nei siti culturali.

Non allo scopo di taglieggiare il turista, ma per non esserne schiacciati.
Sarebbe una strategia win-win: il Pil cresce, il sistema turistico locale nel suo complesso guadagna, il turista è soddisfatto per aver visitato luoghi stupendi e paga in cambio piccole ma eque cifre per ricevere in cambio servizi turistici decenti o, si spera, eccellenti.

L’articolo si chiude con tanto di nota finale ottimistica (del resto siamo su un quotidiano Usa) sul neo primo ministro Renzi.
Speriamoci davvero: se fallisce lui, falliamo tutti.

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Pubblicato da su 19 aprile 2014 in Turismo

 

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