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Salam Berlino

20 Ago

Mi chiamo Hasan Kazan. A Berlino qualcuno mi chiama “Hansi”, anche se i miei genitori mi hanno dato il bel nome di Hasan Selim Khan. Già, i miei… Lasciarono Istanbul anni fa ed emigrarono a Berlino ovest, nel quartiere di Kreuzberg. Lì sono nato io.
I miei credevano nell’occidente. Per loro significava progresso, tecnologia e lavoro. Ma quando io e mio fratello crescemmo ed entrammo in contatto con i valori occidentali, la morale e l’educazione fecero dietro front. Avevano paura che a Berlino fumassimo gli “spinelli” e diventassimo «hippy” o “gay”. Per questo motivo ci mandarono alla scuola tedesca di Istanbul. Avevo tredici anni.
Baba, mio padre, rimase a Berlino. Aveva un’agenzia di viaggi. E tutti gli anni facevamo la spola, su e giù fra Istanbul-Berlino-Istanbul, avanti e indietro. A quel tempo, i miei non potevano immaginare che anni dopo la gente ci avrebbe chiamati qui kanaki e là almanci. Kanaki all’andata, almanci al ritorno. Non me ne fregava un accidenti, Io ero com’ero. Ero uno di Kreuzberg che si gettava a capofitto nella vita, pieno di curiosità e una gran voglia di darci dentro.
Tutto cominciò un giovedì sera, nel novembre ’89.
E da quel giorno in poi niente fu più come prima.

Dopo la lettura di Le Carré, Brussig e Rusch, mi ci voleva una scrittrice di origine turca, per leggere finalmente, con occhi ben aperti, del trauma costituito dal crollo del Muro per la gente comune che abitava a Berlino ovest.
Rimarrà deluso chi cerca la politica: il punto di vista è quello di un 18enne di Kreutzberg, di media ignoranza, con gli ormoni a mille, che pensa solo ai corpi femminili, all’amore e a cosa fare della sua vita:

–   entrare nell’agenzia di viaggi paterna?
–   darla vinta a mamma e tornare a Istanbul?
–   studiare archeologia alla Humboldt?
–   fare l’attore?
–   il presentatore tv?.

La storia, poi, è ricca di humour e molto accattivante, sia come romanzo di formazione (difficile non immedesimarsi nell’assenza di ideologie, nelle cazzate, incertezze, cambi di rotta e pigrizie mentali del protagonista) sia come storia di famiglia, se per famiglia intendiamo il guazzabuglio turco-tedesco attorno al protagonista, ciliegina sulla torta la tardiva e traumatizzante scoperta della bigamia del padre che, al provvidenziale riparo del Muro, non solo faceva affari con la DDR ma aveva là una seconda donna (tedesca!) e un altro figlio.

Difficile anche non vedere l’idiozia insita nel razzismo, quello che Hasan e i suoi amici spesso incontrano a Berlino.
Se soltanto i razzisti si rendessero conto che le persone cui rifiutano di servire una birra, o che cercano di cacciare, o cui sputano addosso, o che picchiano a sangue, hanno i loro stessi problemi, bollette, amori, sogni, paure, manie…

Molto godibile, infine, la satira dell’universo cinematografico tedesco, istoriato in due personaggi assolutamente negativi.
Uno è Wolf, il Maestro venerato e riverito che sa solo sparare luoghi comuni. Lo pseudocosmopolita, in realtà un provinciale colto, che non capisce assolutamente niente della realtà che lo circonda, ma è sempre alla ricerca di un nuovo Pittoresco, appassionandosi un anno alla sua idea di cultura turca, l’anno dopo a un recupero dei milioni di ebrei che lui crede popolino Berlino.
O quello femminile di Cora, la femme fatale fuori morbida e profumata di caramello, dentro dura come la pietra e prevaricatrice con gli amanti che usa e getta per fare carriera o per semplice capriccio; una rappresentazione durissima della donna tedesca ambiziosa e senza un secondo da perdere.

A chi volesse approfondire, consiglio infine caldamente queste note  della traduttrice del romanzo.

Salam Berlino
di Yadé Kara
editore e/o, 2005
traduttrice Marina Pugliano
327 pagine
ISBN-10: 8876416463
ISBN-13: 9788876416460

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Pubblicato da su 20 agosto 2014 in Momenti di felicità su carta

 

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