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Il triangolo di Ripley

29 Ott

Volubilità, il tuo nome è donna! Tre giorni fa avrei giurato che questa era l’ultima volta che leggevo la Highsmith. E invece ecco che, dopo un prologo tirato troppo in lungo, la fiammella dell’interesse si è accesa, la curiosità aumenta e (malgrado sappia cosa aspettarmi, avendo visto la versione cinematografica della Cavani con un John Malkovich impeccabile) la lettura si fa sempre più febbrile e necessaria.

Mi viene in mente che non ho mai letto Il sepolto vivo (Ripley under ground), secondo romanzo del ciclo, che stava fra Il talento di Mr Ripley e questo, ed è un peccato nonché una lacuna da colmare.
Se è per quello, mi manca anche L’amico americano di Wim Wenders (ci sarebbero Bruno Ganz, che adoro, e Dennis Hopper, che non sopporto: pro e contro, insomma), che dicono sia migliore della trasposizione italiana.

Tornando al romanzo: cinismo a pacchi, misoginia come se piovesse (meno male che il personaggio di Simone si anima un po’ verso la fine, perché tra lei ed Eloise non so quale sia più amorfa), tensione protratta allo stremo fino al colpo di scena sotto tono, solito duello psicologico tra due uomini… tutti gli elementi cari alla Highsmith ci sono.

Diciamo che il pathos del romanzo risente di una scrittura un po’ troppo piatta, cronachistica, di eccessiva paratassi. Che il triangolo Trevanny-Ripley-Reeves non funziona narrativamente, sbloccandosi soltanto quando Ripley prende in mano la situazione.
Che il falso protagonista Jonathan Trevanny – naturalmente quello vero è Ripley – è deprimente e, nonostante l’appuntamento con la morte che sappiamo animare le sue azioni, non è costruito abbastanza bene da riuscire a coinvolgerci davvero.
Il problema è che, di Tom Ripley, sappiamo già fin dall’inizio tutto quel che c’è da sapere, quindi non può costituire neppure lui motivo di interesse; manca insomma un fuoco centrale che dia luce alla vicenda. Romanzo d’azione, thriller? Neppure: le scene d’azione, dosate e ben fatte, ci sono, ma col contagocce. 
Sarebbe altrettanto erroneo considerarlo, come altre opere della scrittrice, un romanzo psicologico dostoevskijano, perché, mancando un unico fulcro di dubbi, scelte, sensi di colpa, il lettore è sballottato come lo stesso Trevanny da una sorpresa all’altra, vittima delle proprie indecisioni e, più ancora, dei capricci di Ripley, del denaro di Reeves e dei contraccolpi degli antagonisti (la mafia italiana).

Tutto parte da uno scherzo macabro, una sorta di scommessa sulla probabilità che un uomo gravemente malato compia un gesto criminale sotto l’influsso perverso di una chiacchiera. Poi c’è una svolta sentimentale (Ripley prova un senso di colpa) intrisa – ancora – di gioco d’azzardo (Ripley si annoia, nel suo ménage borghese di provincia, e aiutare Jonathan a compiere un’azione criminale gli fa cogliere due piccioni con una fava).
Infine, i due saranno costretti dalle loro azioni a una disperata resa dei conti in cui dovranno giocare in difesa e fare gioco di squadra: come si vede, la metafora del gioco non è solo un titolo, ma sostanzia di sé tutta la storia.

L’ambientazione dei paesini francesi, con il clima gollista, le mogli vanitose, i suoceri ambiziosi, i vicini invadenti ma gentili, è resa bene, e dal secondo terzo la trama avvince… insomma, un discreto noir, non certo la cosa migliore di questa autrice, ma neanche da buttare come mi sembrava all’inizio.

Patricia-Highsmith-L-amico-americanoPatricia Highsmith
L’amico americano
(tit. or. Ripley’s Game, 1974)
Brossura, 245 pagine
ISBN-10: A000022953
Tascabili Bompiani
(ed. speciale per Amica), 1996

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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Momenti di felicità su carta

 

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