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‘La spia’ e non solo

23 Gen

Quando avevo più tempo, dei film che vedo mi piaceva fare lunghe recensioni, luuunghe e analitiche.
Ma in questo periodo la risorsa tempo scarseggia. Per cui ho pensato bene di ispirarmi a un signore che su Carmilla pubblica da anni le sue miscellanee, spesso gustose, in cui mescola in un solo post le recensioni al volo di prime visioni viste al cinema, rassegne d’essai, roba vista a casa in dvd o anche in vhs sul divano (non a caso, il titolo è Divinedivanevisioni) e problematiche familiari tipo il neonato che non lo fa dormire.

Ecco quindi qualche opinione al volo su…

La spia
Quanta soddisfazione puoi trarre dall’avere fatto il lavoro sporco per chi il lavoro sporco lo sapevi già che era bravissimo a farselo da solo (e infatti ti ha fregato di nuovo)? Forse l’illusione, nel tuo piccolo, di avere raccolto le briciole del potere?
Ovvero: come uscire dalla sala con la consapevolezza 1) di aver visto un film splendido; 2) di avere perso per sempre Philip Seymour Hoffman; 3) che certe cose lasciano l’amaro in bocca. Mi è venuto in mente Le idi di marzo, ma in peggio.
Inutile precisare che non è il solito film di spionaggio, che di azione se ne vede pochissima, di sangue e violenza fisica zero. Però impatta sulla nostra psiche molto di più. Ah, non credete a chi vi dirà che Hoffmann regge sulle spalle tutto il film: c’è una signora regia, una signora sceneggiatura e il resto del cast è ottimo.
La spia (A Most Wanted Man) – di Anton Corbijn, con Philip Seymour Hoffman, Rachel McAdams, Daniel Brühl, Robin Wright. Usa 2014.

Benvenuto Presidente!
Più attuale di così si muore. Dovrebbe essere obbligatoria la proiezione – forzata stile rieducazione di Alex in Arancia meccanica – a Montecitorio e a Palazzo Madama fino a fine gennaio, nella speranza che ne tengano conto e si comportino in modo meno schifoso del solito e soprattutto meno dei politici protagonisti del film.
Film che, va detto, è un po’ schizofrenico: per metà sembra una commedia all’italiana semi-naif con un Claudio Bisio vivacissimo la cui recitazione sta tutta nel linguaggio corporeo molto alla Fo che sconvolge il protocollo di palazzo, e una Kasia Smutiak sempre più brava di anno in anno.
Per metà, invece, picchia pesante sul grottesco/poetico di camei e icone del cinema di Pupi Avati: dalla scena a tavola dei Poteri Forti (Avati stesso, Lina Wertmuller, Steve Della Casa e Fabrizio Rondolino) alla presenza di Piera Degli Esposti e Omero Antonutti, all’indimenticabile personaggio della spia interpretata da un Gianni Cavina in stato di grazia.
Benvenuto Presidente!di Riccardo Milani, con Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello, Remo Girone, Massimo Popolizio. Commedia, 100 min. – Italia 2013.

L’amore bugiardo
Ecco, qui, di fronte allo strombazzamento mediatico e al gradimento di tanti spettatori (es. un amico che scrive che Amy è entrata di diritto nella sua lista dei migliori cattivi cinematografici di tutti i tempi), resto un po’ perplessa. Molto perplessa. All’inizio non capivo da cosa dipendesse, poi finalmente, parlandone con amici, ho capito: manca l’elemento catarsi.
Non quella di Flavio Oreglio. Quella di Aristotele. Cioè, anche se sei David Fincher, quando fai un film drammatico il finale deve prevedere una qualche forma di risoluzione del problema del male, e in questo caso non succede.
Nick, infatti, non prende una decisione, ma subisce quelle della moglie rediviva. Non si vendica. Non la ammazza. Non scappa a sua volta (e sì che ne avrebbe motivo, se non altro per la paura di fare una brutta fine). Nemmeno il destino è avverso alla bella psicopatica. E neppure accade una svolta esistenziale interiore in uno o entrambi i membri della coppia, che pure hanno verificato cosa succede a far finta che vada tutto bene per troppi anni.
Insomma, si rimane un po’ così, un po’ interdetti: e alla fine di uno psicodramma del genere, non dovrebbe succedere.
Aggiungo che non mi è piaciuto il montaggio: prima la versione di lui, poi quella di lei… già vista in troppi film e libri, e per noi italiani fin troppo pirandelliano, non avvince.
A meno che l’unico scopo del film sia mostrare quanto condizionati siamo dal parere della folla (i media, i social network…), nel qual caso, comunque, nulla che già non sapessimo.
L’amore bugiardo (Gone Girl), di David Fincher. Con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens. Drammatico, 145 min. – USA 2014.

Quando sei nato non puoi più nasconderti
La notte dopo ho avuto gli incubi. La mattina dopo era lunedì ed io ero triste; più triste che in un lunedì medio; e non tanto perché era lunedì, non tanto perché mi hanno assegnato il lavoro di tre persone e sento che presto avrò bisogno di scatoloni di Valium; ma perché avevo visto quel film lì e mi aveva – uso un’espressione orrenda ma, giuro, sarà la prima e anche l’ultima volta – mi ha scavato qualcosa dentro.
Perché? Guardate e capirete.
Il film è tutt’altro che perfetto: sfiora molti stereotipi, ma è un rischio che valeva la pena correre per raccontare (finalmente!) una storia così diversa dal solito, e il bambino protagonista è eccezionale. Bella la fotografia delle scene in barca.
Quando sei nato non puoi più nasconderti, di Marco Tullio Giordana. Con Alessio Boni, Michela Cescon, Rodolfo Corsato, Matteo Gadola, Andrea Tidona. Durata 115 min. – Italia, Gran Bretagna, Francia 2005

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Pubblicato da su 23 gennaio 2015 in Salva & riguarda

 

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