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Qualche lettura al volo

12 Mar

I ritmi qui sono sempre più veloci e sincopati. Mi tocca fare un’altra recensione di gruppo.

E cominciamo con Violette di marzo.

No, non mi è piaciuto. Non per mancanza di accuratezza storica (alla fin fine, a parte qualche piccola inesattezza – es. la prima moglie di Goering si chiamava Carin, da cui il nome della villa di campagna Carinhall, ma Kerr ci mette una K – l’impianto storico-sociale e politico è valido).
Né per lo stile, che pure ho trovato pesante e massiccio per i miei gusti, benché il sospetto mi sia sorto che si tratti anche di uno sforzo voluto per rendere il modo di pensare e parlare di un protagonista berlinese, ex poliziotto, ormai ambientato sia nell’alta società e nella burocrazia, che nel sottobosco della mala. Diciamo, anzi, che se l’umorismo del protagonista non fa ridere, è forse un pregio, nel senso che rende tutto il dramma e il macabro della Germania anni 30.
E neanche per quel lieve raccapriccio nel leggere un giallo (romanzo di evasione, anche se ormai sdoganato da tempo come l’unica forma letteraria in grado di analizzare la società), per di più scritto da uno scozzese del XXI secolo che per sua fortuna la Germania nazista l’ha vista solo nella sua immaginazione.

Piuttosto, questo romanzo mi genera un fastidio di fondo per la, non so quanto inconsapevole, presa per i fondelli verso il lettore che viene indotto a credere che i gangster del mondo della fiction noir e pulp creata negli Usa da Hammett, Chandler e compagni siano assimilabili ai nazisti tedeschi.

Eh no. Non è la stessa cosa.
Di là, per quanto romanzato, c’è un universo ben preciso, quello capitalista nordamericano, nel quale vigono regole morali e contromorali (quelle della malavita, appunto), con i loro codici, linguaggi, usi, humour etc. Il denaro, laggiù, è tutto. Tutto è permesso in nome del denaro.
Qui no. Qui ci sono ideologi di enorme intelligenza politica, qualcuno psicopatico, qualcuno meno, che – in nome di un’Idea, quindi per idealismo – per anni, all’opposizione politica, prendono un piccolo partito di centrodestra, lo radicalizzano, lo rendono accattivante ed eleggibile, fino alla conquista del potere e al mantenimento di tutte le terribili promesse che, spesso senza nemmeno velare la verità, avevano enunciato in precedenza.

Da quel momento inizia uno spargimento di sangue che nulla, assolutamente nulla, ha a che vedere con l’avidità; ne è la riprova il fatto stesso che, dovendo inserire un personaggio reale nel romanzo, lo stesso Kerr scelga non uno a caso ma Hermann Goering, notoriamente il più avido di denaro, opere d’arte etc. (e perciò stesso disprezzato da Hitler).
Non mi convince, insomma, la pacifica assimilazione dei criminali politici tedeschi ai criminali comuni di Chicago o Los Angeles. Qualcosa, troppo, stride inceppando gli ingranaggi.

Mackie Messer non è, non sarà mai Hitler, e viceversa.

Proseguo con I sotterranei di Bologna.
Gran delusione, il mio primo e ultimo Macchiavelli.
Diverte per un po’ l’esplorazione nottambula di fogne e canali, poi la ripetitività, la noia, la prevedibilità dello stile e dell’intreccio prendono il sopravvento.

Al contrario, diverte sempre Lansdale (Bad Chili): la ricetta è sempre speziatissima, al punto che ogni tanto si deve fare una pausa digestiva.

E veniamo a Saviano. Andare per mercatini e cercare libri riserva di solito due costanti e, raramente, qualche sorpresa. La sorpresa è quando scovi un volume fuori ristampa, o l’ultimo giallo Mondadori di uno scrittore che stai collezionando.
La conferma è la marmellata, la valanga, il blob, di robaccia tutta uguale, entro la quale troneggiano invitti gli Harold Robbins, le Liale, i Cussler, i Dan Brown, i Ken Follett… Le mode salgono e scendono, un anno tutti comprano la Meyer, un paio d’anni dopo la trilogia della Meyer finirà in discarica.

Ora, se c’è una cosa che mi fa incazzare è vedere Gomorra e altri libri di Saviano nei mercatini. Vantaggio per me, che così li trovo quasi regalati. Però mi fa incazzare lo stesso. Perché vuol dire che o è stato un regalo sgradito e mai aperto (infatti sono praticamente nuovi) o che il compratore li ha letti e ha poi deciso che non valeva la pena di tenerli, che occupavano spazio e basta.
E questo pensiero è avvilente.

Ma parliamo al libro La_bellezza_e_l’inferno (dalla splendida copertina, azzeccatissima rispetto al contenuto: è un Burri).
Leggendo questa raccolta di articoli si comprende in tutta chiarezza che, non avesse deciso di occuparsi del soggetto che, come noto, avrebbe preferito che nessuno se ne occupasse e soprattutto che non vendesse così tante copie, Roberto Saviano sarebbe stato comunque un grande giornalista.
Lo è anche quando spazia su personaggi della letteratura, del calcio (splendido il dittico Messi-Maradona), della musica (Michel Petrucciani), della graphic novel (Frank Miller). SI disillude chi credeva che sapesse solo di mafia e mafie: Saviano sa e può occuparsi di qualsiasi cosa. Niente di umano gli è alieno.

Usa la lingua italiana, Saviano, con una chiarezza, un’incisività, una bravura impressionanti. Sa quello che vuole dire, sa raccontare le persone, le atmosfere, le situazioni.
Avrebbe potuto essere un ottimo recensore semi-anonimo, o noto solo a qualche nicchia di riferimento, e invece, per colpa della sua attività, per colpa della sua bravura – diciamolo – si è condannato a un destino di camere d’albergo, di scorte, di reclusione (che narra lui stesso in uno dei tanti pezzi indimenticabili di questa raccolta).
Gli faremmo torto a compatirlo.
Limitiamoci a leggerlo.

I miei amici lo sanno: ormai ho una conclamata dipendenza dai gialli felini della Jackson Braun. Però questo Il gatto che entrava nell’armadio è scialbo e noioso, uno dei peggiori della serie.
Già meglio, molto meglio, il successivo: Il gatto che amava il formaggio.

Concludo con Colette, La fine di Chéri. Che, di per sé, sarebbe un libro inutile: esplicita in modo ridondante e irritante quanto era già chiaro da “Chéri”.
Preso nel suo contesto, nello Zeitgeist, è invece uno dei tanti sintomi della fine della Belle Epoque, del trauma irreversibile costituito dalla Grande Guerra, anche per chi come Colette non ne ebbe esperienza diretta.
Va a collocarsi idealmente fra la bambola-Alma di Kokoschka, i voltafaccia di Mussolini, le cripte di Roth, la pseudovirilità di Hemingway, le visioni da iprite del caporale Hitler. Non è la fine del mondo, è la fine di un mondo. E, incidentalmente, di alcune tipologie umane inadatte alla sopravvivenza in un mondo nuovo.

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