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Boldini. Lo spettacolo della modernità

26 Mag

boldiniCosa c’è di più ovvio, di più paradigmatico, per il pittore della Belle Epoque, che perdere progressivamente la vista a partire dalla Prima Guerra Mondiale?

In realtà, anche negli anni di guerra, Giovanni Boldini continua imperterrito a fare la cosa che sa fare meglio e per cui lo pagano di più: i ritratti delle signore dell’alta società.

Pare però che da un certo punto in poi, più o meno dal 1921, la sua vista cali al punto da permettergli ormai soltanto il disegno a carboncino.
Peccato, perché è una vita lunga e tutto sommato ricca di soddisfazioni, la sua: dal 1842 al 1931. Frequenta tutti quelli che contano, ha un brutto carattere ma è amico di altri artisti: tra gli italiani, De Nittis e Zandomeneghi.

Basso e bruttino (nei suoi autoritratti indulge sempre alla vanità automigliorante), ama però ritrarre la bellezza, o forse vede il fascino segreto di ogni suo soggetto: e sviluppa, già negli anni fiorentini e soprattutto dal trasferimento a Parigi nel 1870, una sua “maniera” riconoscibilissima, facile forse, a giudizio di molti colleghi, e quindi da loro disprezzata, anche per la fortuna economica e sociale che quasi subito arrise a Boldini da quando entrò nella scuderia del mercante Goupil, mentre tanti altri, italiens ma non solo, facevano la fame nelle soffitte di Montmartre.

Contemporaneo degli impressionisti, ne assimila alcune idee, mantenendo però le proprie. La sua pennellata è veloce, l’esecuzione frettolosa ma superba: cattura la luce, la vita, la velocità della vita, come un futurista ante litteram. I suoi paesaggi (Venezia, la campagna francese…) sono belli come dei Corot, sì, ma troppo quieti.

Boldini si realizza invece come ritrattista femminile in tele di grandi dimensioni, da salone, e vi dispiega un vero e proprio talento, malizioso, erotico, irriguardoso ma solo fino a un certo punto. Ed è un talento visibilmente influenzato dallo stile di Degas, un altro amante della figura mai statica, un altro teso a catturare il segreto della vita nel movimento.
Maliziosissimo, dicevo: dalle mani pudicamente giunte in grembo a sottolineare ciò che vi si cela dietro, a un cagnolino rappresentato come un ammasso di pelo nero (sempre in braccio, sempre là), a un corpo velato ma non senza che si intravedano un’ascella e un capezzolo.

Un titillatore dell’alta società, insomma.
Un’alta società, meglio: una borghesia (e spesso anche una nobiltà) che lo paga per nobilitare le proprie aspirazioni culturali esibendo non più, come a metà Ottocento, le conquiste intellettuali (pensiamo ai ritratti di Ingres): il libro, lo spartito, la medaglia, ma quelle materiali: una bella moglie, in primis.
Moglie che – andiamoci pure a rileggere Praz, dovesse servire – non ha bisogno di mostrarsi come madre affettuosa, moglie fedele né tantomeno intellettuale, ma solo di autoproclamare la sua ricchezza, la sua intelligenza e il suo fascino: e la complicità di un pittore affascinato lui stesso da quelle caratteristiche le è indispensabile.
I suoi accessori sono uno sguardo sfolgorante, un rossetto vermiglio (con bocche tutte uguali, sottili ma ben arcuate), un’acconciatura voluminosa, al massimo un cagnolino, più spesso piume, fili di perle interminabili, scollature abissali, scarpette appuntite.
La si potrebbe confondere con le ballerine di flamenco o le mondaines del Moulin Rouge, o con la Sarah Bernhard ritratta con la madre; anzi: si deve.
Non sia mai detto che una donna ricca abbia meno potere seduttivo di una mondana!

Tanto che ci stupiamo – e immaginiamo che si sia stupito lo stesso Boldini: ma come, prima chiamano me e poi si scandalizzano del risultato? – del rifiuto dell’opera che ritraeva la nobildonna siciliana Franca Florio, da parte del sicilianissimo marito industriale. Appunto: chiami Boldini, all’apice della sua fama, e poi ti lamenti di una scollatura, di una porzione di gamba scoperta? Suvvia, monsieur Ignazio, siamo seri!

E tuttavia, la mostra forlivese – ben organizzata, ben illuminata e ben esposta – serve anche a fare chiarezza sulle tecniche utilizzate dall’artista, maestro dell’olio su tela ma anche dell’incisione, del carboncino e dell’acquerello, e sulle sue capacità espressive, che come già dicevo sopra vanno molto al di là del ritratto femminile.
Se gli manca completamente l’interesse per gli aspetti ideali, sociali o politici dell’esistenza (si veda il suo Strillone di giornali: bello, ma non c’è la benché minima volontà di partecipazione alla vita, ai problemi, ai dolori del soggetto), Boldini dà il meglio negli schizzi di ritrovi pubblici (Conversazione al caffè, Scène de fête au Moulin-Rouge), nel cielo di Grand Rue à Combes-la-Ville, negli indimenticabili ritratti di Giuseppe Verdi o di Robert de Montesquieu.
O nel bellissimo Paggio che gioca con un levriero, che per posa e soggetto anticipa misteriosamente certe bambine di Balthus.

Consigliatissima, insomma. Fino al 15 giugno.

Boldini. Lo spettacolo della modernità
Complesso Monumentale di San Domenico
Piazza Guido da Montefeltro, 12, Forlì (FC)
Telefono: 0543 712659
INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI MOSTRA
tel. 199.15.11.34
RISERVATO GRUPPI E SCUOLE
tel. 0543.36217
mostraboldini@civita.it 
www.mostraboldini.com

ORARIO CALL CENTER
dal lunedì al venerdì: 9.00-18.00
sabato: 9.00-12.00, chiuso nei festivi

ORARIO DI VISITA
da martedì a venerdì: 9.30 -19.00;
sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00.
Lunedì chiuso.
6 aprile e 1 giugno apertura straordinaria.
La biglietteria chiude un’ora prima.

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Pubblicato da su 26 maggio 2015 in Turismo

 

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