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La vita oscena

22 Giu

la-vita-oscenaLo dicevo io, che Il racconto dei racconti non era nelle corde di Garrone. Ieri notte abbiamo finalmente visionato Primo amore (sono mesi che D. l’ha scaricato ma, intrippati con Game of Thrones fino alla quarta serie compresa, poi altri impegni, non ultimo passare il sabato sera a testimoniare il passaggio di un uomo da Cugino It a naziskin) e quello sì che è un film forte.

Forti le inquadrature. Potente l’impressione di repulsione che ci provoca per tutto il film quello psicopatico del protagonista. Acutissimo il disagio nel vedere come invariabilmente each man kills the thing he loves, e come la professione dell’orafo rappresenti alla perfezione i condizionamenti con cui gli amanti cercano di cambiare chi dicono di amare.

Per fortuna, in un andazzo così monastica, ogni tanto si esce anche a prendere un gelato (se poi è aperta la Maison du Chocolat, non è raro che D. faccia anche il bis provocando motivatissimi compiacimenti nell’esercente) e a vedere qualcosa su grande schermo.
E siccome immaginavo che sarebbe stato su poco, la settimana scorsa ho trascinato D. a vedere La vita oscena.

Che dire?
Intanto ci vuole un bello sprezzo del pericolo, a tradurre in cinema un romanzo così (Einaudi, 2009).
Certo: che l’autore ti dia una mano con la sceneggiatura facilita le cose; così come avere Daniele Ciprì alla fotografia; ma poi, il linguaggio che scegli di usare tu regista rimane una responsabilità tua.
Per cui, onore a Renato De Maria che prende un testo già di per sé abbastanza elitario, poco capito, diciamo pure d’avanguardia se ancora si può parlare di avanguardia letteraria in questo Paese fondato su Candy Crush, per non sbagliare mette come protagonista femminile sua moglie Isabella Ferrari e traduce la putrefazione della storia romanzata in immagini acide, montaggio pop-fumettistico-beatlesiano e la disturbante colonna sonora dei Deproducers.

E onore anche al parigino Clement Metayer, classe 1991 e sguardo sgranato, che porta su di sé il peso delle proiezioni dei suoi due autori, quello di penna e quello di cinema.
La voce narrante non è la sua, ma è credibile come voce di un bambino che si trova da un giorno all’altro a perdere entrambi i genitori nel giro di breve e a inventarsi qualcosa di nuovo da chiamare vita. E lui regge benissimo, fisicamente, tutte le prove di iniziazione del film.

Funziona l’insieme? Sì e no.
Sì, se lo spettatore ha gli strumenti per decifrare il non detto del film (ossia, se ha letto il romanzo e l’ha capito e metabolizzato) e nel contempo l’innocenza adolescenziale che gli permette di immedesimarsi a pieno nel protagonista.
Sì, in chiave minore, se non l’ha letto ma riesce comunque (forse, drogandosi lui stesso) a trarre piacere estetico dall’impronta pop che, in una regressione sciamanica dovuta alle droghe, porta il protagonista a viaggiare in un paradiso/inferno personale fatto di sperimentazione pornografica pur di sentire ancora qualcosa.
No, se lo spettatore rimane vigile e coerente, non riuscendo a trarre piacere bensì fastidio dalla suddetta impronta pop (colonna sonora, colori acidi, montaggio etc.), come purtroppo è successo a me.
No, a maggior ragione, se non ha gli strumenti (non ha letto il libro, non sa nulla di Aldo Nove etc.), nel qual caso il fastidio sarà quasi insopportabile.

La vita oscena
di Renato De Maria
Con Clement Metayer, Isabella Ferrari, Roberto De Francesco, Andrea Renzi, Iaia Forte.
Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 85 min.
Italia 2014
Bea Production

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Pubblicato da su 22 giugno 2015 in Salva & riguarda

 

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