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Fantasy, pop e storia inglese. La ricetta di George Martin per Game of Thrones

20 Mag
jaime_lannister

“The things I do for love.”

Che George Martin, per rivitalizzare il fantasy e farne quello che voleva lui e non uno dei tanti cloni delle saghe di Tolkien (illuminante sulle sue idee, sulle sue letture, sugli autori che l’hanno influenzato l’intervista concessa a Rolling Stone nel 2014), attinga a piene mani alla storia inglese non è un segreto per nessuno.

Il web è pieno di approfondimenti su come la Guerra delle Due Rose tra le casate inglesi dei Lancaster e degli York (di cui profittarono infine i Tudor), e la geografia stessa del continente euroasiatico, si riflettano, con le opportune distorsioni fantastiche nella saga di George Martin. Un esempio, purtroppo con qualche problema di grafica web, si trova qui.

Meno appariscente, perlomeno da noi, e forse anche perché noi italiani se abbiamo letto i romanzi di George Martin, tendenzialmente lo abbiamo fatto in traduzione (benché conosca una coppia coraggiosa che li sta leggendo in lingua originale), è il debito di Martin con la cultura pop e con il rock in particolare.
I romanzi di Game of Thrones sono infarciti di piccole e grandi citazioni dei Rolling Stones, dei Beatles e di altri musicisti famosi del XX secolo.

Perché lo fa?
In prima battuta viene da pensare che siano semplici strizzate d’occhio alla cultura pop, attraverso le quali lo scrittore, ben sapendo che i suoi lettori sono uomini e donne contemporanei il cui immaginario è pervaso dalla musica pop, voglia semplicemente rassicurarli confermando loro che, anche se stanno facendo una cosa “antica” e desueta come comprare e leggere un libro (un grosso libro; una serie di grossi libri), non devono spaventarsi: là dentro troveranno cose rassicuranti come le parole di John Lennon o di Mick Jagger.

In alternativa, ma in fondo cambia poco, c’è la possibilità che George Martin ritenga le citazioni che ha inserito necessarie per umanizzare i personaggi nell’ottica anti-manichea alla quale fa riferimento nell’intervista a Rolling Stone citata qui sopra.
In tal caso il superamento del mondo cupo, monacale e privo di umorismo del fantasy classico troverebbe la soluzione, oltre che in altri stratagemmi usati con successo da Martin (il turpiloquio dei personaggi, la valorizzazione dei bambini, delle bambine e degli adolescenti, la cruda e realistica rappresentazione del sesso e della violenza, l’antieroismo dei cosiddetti eroi etc.), anche in questa consapevole demitizzazione del fantasy operata attraverso il linguaggio della musica pop contemporanea.

Ma con George Martin le sorprese non finiscono mai.
Si dà il caso che stia leggendo, in queste settimane, un enorme appassionante romanzo, non fantasy ma storico, vincitore di numerosi premi: si tratta di Wolf Hall, autrice l’inglese Hilary Mantel. Anche la Mantel ha decisamente innovato il genere letterario che si è scelta (qui una bella panoramica su di lei su Repubblica).

Il romanzo, ambientato negli anni cruciali del ripudio da parte di Enrico VIII di Caterina d’Aragona e delle nozze con Anna Bolena, è narrato al presente, in terza persona, dal punto di vista di Thomas Cromwell.
In più punti compaiono canti popolari, testi poetici dell’epoca etc.; fra questi, varie canzoni scritte dallo stesso, coltissimo, Enrico VIII (If love now reigned; Green grows the holly…).
Ad un certo punto ci imbattiamo nella sua Alas, what shall I do for love? . E’  una delle tante canzoni scritte per Anna Bolena, e se torniamo ai fatti storici, dobbiamo concludere che davvero l’autore della canzone fece molte cose per questa donna: nientemeno che un annullamento di nozze impossibile secondo la giurisprudenza dell’epoca; il distacco dal cattolicesimo; la sottomissione della nuova Chiesa Anglicana al monarca e la morte per chi non era disposto ad obbedire. E, quando non fu più di suo gradimento, la decapitazione della stessa Anna.
Non era molto meno sanguinario dei Sette Regni di Westeros, il regno di Enrico VIII, eh?

La cosa più sorprendente, dunque, per la nostra mentalità contemporanea, non è tanto che Enrico VIII fosse disposto a fare cose di ogni genere per amore; ma che avesse la sensibilità, la cultura e il tempo per riflettere sui suoi sentimenti e cantarli pubblicamente.

Bene: sono le stesse parole che George Martin mette in bocca – in uno dei momenti più terribili del primo romanzo, – al suo turpe e affascinante Jaime Lannister (SPOILER), fratello incestuoso e infedele alla promessa di servire il suo re, tanto da rimanere per sempre bollato con l’epiteto di Kings’ Slayer (sterminatore di re).
Parole particolarmente sinistre, dato che Jaime, colto in flagrante dal piccolo Brandon Stark, pronunciandole rivolto alla sorella Cersei, getta il bambino dalla finestra provocando con questo gesto infiniti lutti alle due famiglie.

Nella serie tv, così come è stata tradotta in Italia, Jaime dice soltanto “Lo faccio per amore”.
Il romanzo e la versione originale della serie tv, più precisi, citano la lirica del sovrano Tudor: “The things I do for love”. Frase che non solo è molto più forte, più fatalistica, più generalistica (non solo quella cosa, ma altre forse anche peggiori, Jaime è disposto a compiere in nome dell’amore).

Leggiamo ora la canzone di Enrico VIII:

Alas! what shall I do for love?
For love, alas! what shall I do?
Sith now so kind,
I do you find,
To keep you me unto.  Alas!

e ci renderemo conto di come, citandolo in modo così esplicito, qui George Martin non abbia voluto genericamente rendere omaggio a Enrico VIII, o parodiarlo, o fare una citazione nell’ordine di quelle che sopra ho definito “pop”.
Con questa frase Martin crea un collegamento preciso e sinistro fra il mondo reale di un uomo realmente esistito il quale, per amore, non ha esitato a compiere gesti rimproveratigli da innumerevoli suoi contemporanei, e per i quali tuttora la sua figura affascina e attrae, e il mondo fantasy della sua fantasia, attraverso un personaggio che lo scrittore vuole caratterizzare in modo chiaroscurato, come tutti i suoi personaggi, facendolo riflettere sulle proprie azioni e motivazioni.

E quell’Alas (ahimè) all’inizio e alla fine della canzone non è un vezzo, somiglia piuttosto all’autoavvertimento, di chi si compiange per la propria mancanza di autocontrollo e si rende conto di essere dominato dalle passioni.

Alas, non sarà poi Enrico a pagare per le sue azioni, come la storia si incaricherà di dimostrare.

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Pubblicato da su 20 maggio 2016 in Momenti di felicità su carta

 

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